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Messaggio di Natale del Cardinale Petrocchi Arcivescovo di L'Aquila

'Accogliere e imitare l'umiltà di Dio' è il messaggio che l'Arcivescovo Petrocchi invia alla comunità ecclesiale e civile

L'AQUILA - 'Accogliere e imitare l'umiltà di Dio' è il messaggio che l'Arcivescovo Petrocchi invia alla comunità ecclesiale e civile per il Natale 2018. Ecco il testo:
Il Natale è la celebrazione dell’umiltà di Dio, che, assumendo una natura umana, si è fatto uno di noi. Seguendo il Suo esempio i credenti sono chiamati a imitare lo stile di Gesù, diventando, come Lui, miti ed umili di cuore (cfr. Mt 11,29).
L’umile, che scopre il mistero del Natale, si apre all’immenso Amore del Padre celeste, che, in Gesù, lo esorta a diventare figlio nel Figlio e si rivolge a Lui chiamandoLo, affettuosamente, “Abbà”: “Papà” (cfr. Rm 8,15). Non ha lo sguardo curvato su se stesso, ma tiene gli occhi fissi sul Signore.
L’umile è come una finestra aperta: lascia che il Sole del Vangelo illumini la sua casa, manifestandolo a se stesso e agli altri così come è. Per questo: si dice e si lascia dire la verità. Sa riconoscere, con onestà, i suoi difetti come anche i pregi che ha, senza gonfiarli o diminuirli artificiosamente. Non scappa davanti alle verità scomode, ignorandole o cercando di manipolarle.
Vive la fraternità universale, senza cadere nei lacci soffocanti di rapporti escludenti o competitivi (spesso inquinati da invidie e gelosie), mantenendo il cuore allenato ad amare tutti, sempre, nonostante tutto, sopra tutto. È convinto che alla fine la carità ha la meglio e che «ogni opera non fondata sull’amore, reca in sé il germe della morte» (H. Pestalozzi). Per questo è in piena sintonia con sant’Agostino che afferma: «nell’amore di Dio non ci viene imposta nessuna misura, poiché la misura è quella di amare senza misura. Perciò non bisogna preoccuparsi di amare di più, ma solo temere di amare di meno»[1]. Questa regola - che Gesù ha portato dal Cielo sulla terra - è per noi massimamente conveniente, poiché ciò che è fatto secondo Dio, finisce sempre bene.
L’umile fa verità senza sconti, ma non “giudica” con asprezza il suo prossimo: lascia a Dio valutare la responsabilità di ciascuno. Ha il coraggio del “sì,sì/no,no”, ma non cede alla tentazione di scagliare giudizi roventi contro altri. Quando è necessario, ricorre con franchezza alla correzione fraterna, ma con rispetto e nell’esclusivo interesse del prossimo, avendo cura di scegliere il tempo opportuno e il modo adatto.
Poiché ha accolto il perdono dal Signore, ha imparato a perdonarsi: perciò non esita a chiedere perdono e a perdonare con generosità. Non assume mai atteggiamenti di disprezzo, perché ritiene, con sant’Agostino, che non vi sia nessun peccato che ha fatto un uomo che non possa fare un altro uomo, se gli mancasse la protezione di Dio[2]. Per questo, il Vescovo di Ippona, scriveva: «attribuisco alla Tua grazia il dileguarsi come ghiaccio dei miei peccati; attribuisco alla Tua grazia anche tutto il male che non ho commesso»[3].
Valorizza ciò che unisce prima di evidenziare ciò che divide. Avendo sviluppato la capacità di collaborare, ha la mano tesa verso chi ha bisogno e gli offre il suo aiuto con gratuità e semplicità. È sinceramente aperto al dialogo e opera come uomo di comunione. Si comporta, perciò, come un instancabile tessitore di fattiva concordia e di rapporti solidali. Adotta la pazienza dei tempi lunghi e aspetta che i frutti maturino nella stagione giusta. Scopre, ogni giorno di più, che pure la sofferenza, portata con il Signore, può trasformarsi in un “tesoro”: spirituale ed esistenziale.
Non permette che il manto del pessimismo cupo e corrosivo lo avvolga, togliendogli la lucidità e la pace. Ricordo che una ragazza mi diceva: “dedico molto tempo allo scoraggiamento” e aggiungeva: “mi accorgo, però, che ogni tanto la fortuna si sbaglia, e sorride anche a me”. Le risposi “quando il mondo appare quasi sempre al buio, è bene farsi curare gli occhi. Non ci manca il Medico divino che può restituirci la vista”.
L’umile sa gioire di ciò che ha e non sciupa i propri talenti lamentandosi, in modo ossessivo, di ciò che gli manca. Tolstoi diceva che «il segreto della felicità non sta nel fare sempre quello che si vuole, ma nel volere sempre quello che si fa». Ecco perché, il credente, che vive il Natale, punta ad essere essenziale e sobrio, essendogli noto che se a qualcuno non basta il poco, non gli gioverà neppure il molto[4]. Cerca di migliorarsi ogni giorno, essendo consapevole che «nel regno dell'amore non ci sono pianure: o si sale o si scende» (Fulton J. Sheen). È pronto ad apprezzare tutti i contributi positivi - da qualunque parte gli arrivino - perché in essi riconosce riflessi del Signore.
L’umile non scivola nella trappola paralizzante del “già-si-sa”, ma sforzandosi di pensare ed agire secondo Gesù, cerca in tutto la perenne novità di Dio (cfr. Ap 21, 5). Intuisce che “sapere” non equivale sempre a “capire”: infatti, “sapere” comporta il possesso di informazioni su eventi o problemi, mentre “capire” implica la capacità di cogliere il significato profondo dei quei fatti e di quegli argomenti. La crescita nel “sapere” è una impresa umana; ma per “capire” occorre l’intervento dello Spirito Santo, che ci assiste con la Sua grazia (cfr.1 Cor 2,14-16). Se qualcuno imparasse a memoria la Scrittura senza lasciare nemmeno uno spiraglio alla luce dello Spirito, avrebbe una conoscenza erudita dei testi sacri, senza però comprenderli come Parola di Dio, che dona salvezza a chi la accoglie. Avrebbe una cultura intellettualistica ma non la sapienza evangelica. Ecco perché, stando alla logica del Regno di Dio, si potrebbe “sapere” tutto senza “capire” niente. A questi paradossi rinvia spesso il Vangelo, che ci ammonisce sul rischio di udire senza ascoltare, guardare senza vedere, imparare senza intendere.
Proprio l’impatto con le proprie fragilità e gli insuccessi della vita costituiscono il “test” che svela la “vera umiltà”. Infatti, chi confida in Dio riconosce, senza anestetici, le proprie insufficienze e ammette i propri errori, ma non cede allo scoraggiamento e non si arrende, rimanendo vittima di se stesso. L’umile è tenace, si rialza subito e ricorre a Dio, che è Amore: per questo, mantiene la serenità e un sano ottimismo. Ricomincia ogni volta, contando sulla misericordia e sulla provvidenza dell’Onnipotente. Un maestro della spiritualità cristiana, san Francesco di Sales, ha affermato: «l’umile trova tutto il suo coraggio nella sua incapacità: più si sente debole più diventa intraprendente, perché tutta la sua fiducia è riposta in Dio, che si compiace di manifestare la sua potenza nella nostra debolezza»[5].
Seguendo la lezione dei Santi, va sottolineato che si diventa umili anche attraverso le umiliazioni, abbracciate come occasioni di cambiamento e di progressi nella ascesi cristiana. Le ferite della vita, possono infettarsi e andare in cancrena, ma, se vissute nel Signore, diventano lo squarcio dal quale lo Spirito fa scaturire fiumi di grazia.
Quando, invece, entra in campo la “falsa umiltà”, chi si vede bocciato dalla sua storia si mette a redigere l’inventario dei propri fallimenti, si guarda addosso e si autodeplora sconsolato, ma non si apre alla invocazione: perciò non si converte e non si mette, da figlio, nelle mani del Signore. Dimostra, così, che aveva costruito la propria esistenza non sulla “roccia” di Dio, ma sulla sabbia del proprio “io”. Per questo collassa su se stesso e rimane impantanato nel proprio desolante negativismo, nel quale coinvolge anche le persone più vicine. C’è, dunque, un orgoglio mascherato in chi, con rabbia o nello sconforto, si consegna alla sconfitta.
L’umile ha i piedi per terra (la parola latina “humus” vuol dire terra!): ha il senso di realtà. È in grado di misurare le sue potenzialità e non si lascia sedurre da prospettive che oltrepassano la sue risorse. Non si attribuisce doti e meriti che non ha e non elabora aspettive in eccesso rispetto alle sue possibilità. Non è presuntuoso, né arrogante: non cerca di sopraffare l’altro, ma si dedica a servirlo, imitando Gesù (cfr. Gv 13, 12-15).
Il cammino verso la perfezione cristiana, inaugurato il giorno del primo Natale, lo Spirito lo rende percorribile a tutti, ma ha due nemici mortali: la superbia e la disperazione, che, a ben vedere, sono disposizioni gemelle, uguali e contrarie.
L’umile non è amministratore unico di se stesso: sa dire il “sì”, libero e convinto, alla volontà di Dio. Per questo lascia all’Onnipotente gli spazi per compiere miracoli (e il primo “prodigio” è la fedeltà quotidiana al Vangelo!). Proprio nel tempo di Natale, una madre di famiglia, nella sua “Lettera a Gesù”, scriveva: «mi hai educato ad amare senza possedere, a servire senza dominare, a donare senza pretendere»
Qualcuno potrebbe obiettare: è affascinate questo discorso, ma non è alla mia portata. Ma ciò che è impossibile all’uomo è possibile a Dio (cfr. Lc 18, 27). Proprio partendo da questa constatazione, siamo invitati ad accogliere il messaggio del Natale e a metterci in cammino, sulle vie impegnative ed entusiasmanti della santità. L’umile, proprio perché umile, non si rassegna alla mediocrità, ma punta in Alto: non perché fa leva su se stesso, ma perché conta sulla Bontà di Dio. In questa esigente avventura, trova forza nella preghiera perseverante, che sa ascoltata dal Signore (Sir 35, 17-18).
Alla Scuola di Maria, l’umile Vergine di Nazareth, cerchiamo di rendere questo Natale un rinnovato incontro con Gesù, perché la nostra vita - riscattata dalla tristezza dell’egoismo ed abitata dalla letizia dell’Amore - sia la gioia di Dio e diventi benedizione nel mondo in cui siamo sparsi come seme evangelico.
Con il desiderio di raggiungere ogni cuore: tutti abbraccio, con il fraterno augurio di buon Natale!
Giuseppe Card. Petrocchi

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