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In merito al sequestro di 21.000 mascherine effettuato dalla Guardia di Finanza di Pescara

PESCARA – Il 24.04.2020 la nostra testata ha pubblicato un articolo in merito al sequestro di 21.000 mascherine, notizie fornite dalla Guardia di Finanza di Pescara che ha condotto l’operazione. Premesso che nell’articolo non è stato fatto riferimento alcuno ad un’azienda, ne pubblicato nomi e cognomi e neanche il video fornito dalla Guardia di Finanza. Per cui sulla nostra testata non sono apparse le immagini delle mascherine oggetto del sequestro. E’ stata pubblicata una foto con due finanzieri che controllano dei cartoni dove la merce contenuta non è in primo piano. Il video fornito dalla Guardia di Finanza, in cui era visibile un primo piano delle mascherine, da noi non è stato mai pubblicato.
Detto ciò, fatto salvo il diritto di cronaca e la correttezza deontologica con cui è stato riportata la notizia, in questo periodo di emergenza Covid-19, considerando la situazione gravosa che sta affrontando il nostro territorio, preferiamo evitare sterili polemiche e dunque pubblichiamo la replica dell’azienda che sono riferite agli articoli pubblicati da più testate (quindi alcuni punti non sono riferiti alla nostra testata). Ecco il testo:
“1) Innanzitutto, la cosa estremamente grave si rinviene già nel titolo, nel quale si dichiarano le mascherine come “NON SICURE”. In realtà la sicurezza del prodotto non è assolutamente in discussione e non è stata contestata neanche dalla Guardia di Finanza, che si sta limitando ad effettuare accertamenti sulla regolarità delle procedure che hanno portato all'apposizione del marchio CE, mentre nessuna ipotesi di reato è stata contestata con riferimento a eventuali (e di fatto insussistenti) rischi per la sicurezza. Tant'è che la stessa Guardia di Finanza ha consentito, come detto, di continuare a produrre e distribuire le medesime mascherine, semplicemente rimuovendo, fino alla conclusione delle indagini, il solo marchio CE. L'effetto di un tale titolo rischia di essere devastante per la nostra attività, ma anche per quella del produttore e dei rivenditori, in un momento in cui da un lato vi è un estremo bisogno di mascherine, dall'altro, per effetto del lockdown, le attività economiche rischiano di essere gravemente compromesse o addirittura di chiudere per sempre. La sicurezza delle mascherine in oggetto, peraltro, è stata validata e certificata dalla ASL, in una comunicazione esibita agli agenti della Guardia di Finanza in sede di ispezione.
2) L'articolo inoltre fa riferimento ad un importatore, quando in realtà le mascherine sono prodotte in territorio italiano, fra Pescara e Montesilvano, realizzato con materiale certificato prodotto in Italia (anche la certificazione di qualità del materiale è stata esibita in sede di controlli), e distribuite sempre in Italia dalla [censuriamo il nome dell’azienda per privacy]. Trattasi di un prodotto la cui commercializzazione, come accennato, sta consentendo la sopravvivenza, in questo tragico momento storico, di numerose imprese del territorio abruzzese e tale sopravvivenza rischia di essere seriamente compromessa dalla diffusione di informazioni errate e screditanti.
3) In terzo luogo, va detto che nessuna condotta ingannevole è stata messa in atto e l'articolo contestato riporta una affermazione fuorviante laddove sostiene che le mascherine “erano prive della prevista certificazione, non essendo mai stata conseguita dal produttore e dall’importatore... traendo, in tal modo, in inganno gli ignari consumatori, convinti di acquistare veri e propri dispositivi di protezione individuale efficaci, nonché recanti la marcatura “CE”, mentre in realtà compravano dei semplici “copri bocca””.
Sul punto, ribadito che non esistono importatori del prodotto, è doveroso precisare che: a- la disciplina europea che consente l'apposizione del marchio CE non prevede il conseguimento di una “prevista certificazione”, ma solo l'adempimento di una serie di procedure, anche di carattere tecnico, che nella fattispecie sono state effettuate e documentate dal produttore alla Guardia di Finanza, la quale al momento le sta esaminando e con ogni probabilità ne confermerà la validità; b- nessun consumatore è stato tratto in inganno, atteso che il prodotto continua ad essere venduto lecitamente pur senza il marchio CE, ai sensi dell’art. 16 del D.L. 17 marzo 2020, n.18 (“Decreto Cura Italia”) e la sua efficacia non è in contestazione.

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