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PERCHE’ LA LEGGE 194 SULL’ABORTO ANDREBBE MODIFICATA

Le motivazioni spiegate dal Prof. Giandomenico Palka già Ordinario di Genetica Medica Università G. D’Annunzio Chieti-Pescara e Pesidente Sezione AMCI di Pescara

PESCARA - La legge 194 nell’articolo 1 recita :” Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”. All’articolo 4 però afferma che l’interruzione della gravidanza entro i primi 90 giorni di gestazione (12 settimane) è ammessa se la donna dichiara che la gravidanza comporta un serio pericolo per la sua salute fisica e psichica. Molte leggi con il passar del tempo richiedono revisioni perché le società cambiano e soprattutto le tecnologie avanzano e pongono nuovi scenari e nuovi problemi da tenere sotto controllo. Il problema che io sollevo riguarda i pericoli che la diagnosi prenatale non invasiva (DPNI) può provocare in presenza di una legge nazionale che consente l’aborto fino alla 12a settimana di gestazione e per di più per disagi psicologici.
La DPNI è diventata da anni una realtà anche nel nostro Paese e viene opportunamente consigliata a tutte le donne gravide perché consente una più accurata selezione di quelle da inviare all’indagine prenatale invasiva (DPI) mediante villocentesi, 12.13 settimane di gravidanza, e amniocentesi, 16-18 settimane. I test non invasivi sono numerosi, quelli che hanno una più elevata capacità di segnalare gravidanze con feto affetto, in particolare con la sindrome di Down (SD), sono per mia esperienza il test contingente e l’analisi del DNA fetale su sangue materno. Entrambi questi test sono effettuati tra 10 e 12 settimane di gestazione e i risultati si ottengono in 1-3 giorni. Il problema si pone quando il risultato del test è positivo o incerto. Tutti questi test non invasivi sono screening e pertanto il loro risultato deve essere sempre confermato con un test diagnostico, nel nostro caso : villocentesi o amniocentesi, perché tutti questi test hanno falsi positivi (il test è positivo ma il bambino non è affetto)) e falsi negativi (il test è negativo ma il bambino è affetto). Se l’analisi diagnostica conferma la positività del test, la donna può interrompere la gravidanza fino a 22 settimane. I più recenti screening non invasivi hanno una elevata attendibilità e specificità nel rilevare patologie cromosomiche fatali. Il DNA per esempio, che circola nel sangue materno a partire da 9 settimane di gestazione, ha una specificità del 99% per la SD. Poiché la gravida con test positivo si trova intorno alla 11a settimana e non vuole perdere tempo sottoponendosi alla villocentesi o amniocentesi, potrebbe essere tentata di ricorrere all’aborto in accordo all’articolo 4 della 194, dichiarando che la gravidanza la turba sul piano psicologico, senza far riferimento alla positività dello screening. Se la mia è una giusta riflessione, sarebbe opportuno la modifica della 194, consentendo l’aborto non oltre 10 settimane di gravidanza, si eviterebbero così scelte che potrebbero comportare la perdita di bambini normali.
Prof. Giandomenico Palka

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